La scomparsa di una leggenda
Gianni Melidoni, decano dei giornalisti sportivi e firma storica del panorama romano dagli anni ’70 fino agli anni ’90, è scomparso all’età di 90 anni. La sua morte è avvenuta nella mattinata di lunedì 22 dicembre 2025, lasciando un vuoto profondo nel mondo del giornalismo sportivo italiano.
Melidoni è stato per decenni una delle voci più autorevoli dello sport romano, incarnando un’epoca in cui il racconto sportivo era fatto di passione, identità e competenza. La sua scomparsa segna la fine di un’era per il giornalismo italiano.
Una carriera straordinaria iniziata giovanissimo
Entrato nella redazione de Il Messaggero a soli 20 anni, Melidoni ha attraversato oltre mezzo secolo di cronache, diventando prima capo dello sport per 23 stagioni e poi vicedirettore del quotidiano. Soprannominato “il principe dei giornalisti sportivi” per lo stile brillante e la personalità forte, aveva firmato il suo primo articolo a 14 anni.
Nel corso della sua carriera ha seguito undici edizioni dei Giochi olimpici, documentando i momenti più gloriosi dello sport italiano. Tra i momenti più iconici c’è la predizione dell’oro di Livio Berruti nei 200 metri alle Olimpiadi di Roma 1960 e le critiche a Enzo Bearzot per la mancata convocazione di Roberto Pruzzo ai Mondiali 1982.
La passione per il calcio e le squadre romane
Il nome di Melidoni resta legato soprattutto a due momenti scolpiti nella memoria sportiva della Capitale: lo scudetto della Lazio di Tommaso Maestrelli nel 1974 e quello della Roma di Nils Liedholm nel 1983. Questi racconti hanno contribuito a renderlo un punto di riferimento per generazioni di tifosi romani.
Accanto alla carriera da cronista, Melidoni divenne anche un volto noto della tv grazie al Processo di Aldo Biscardi, dove portò la sua verve e la difesa appassionata delle squadre romane, contribuendo al successo del format.
Un’eredità di competenza e indipendenza
Melidoni continuò a lavorare sempre allo stesso modo, scrivendo a mano e dettando i pezzi, fedele a un’idea di giornalismo basata su indipendenza, rigore e competenza. Ha guidato intere generazioni di giornalisti, trasmettendo valori fondamentali come dedizione, rispetto e rigore, insegnando che raccontare lo sport significa prima di tutto raccontare le persone.
La sua scomparsa rappresenta una perdita significativa per il giornalismo italiano. Lascia la moglie Mariolina, sei figli e numerosi nipoti, oltre a un patrimonio inestimabile di storie, articoli e insegnamenti che continueranno a ispirare le future generazioni di giornalisti sportivi.